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MORSO DI LUNA NUOVA
Mentre nei cieli di Napoli impazzano i bombardieri alleati, un gruppo di nove persone prega, grida, litiga in un ricovero antiaereo: persone di diversa estrazione sociale, ma tutte ugualmente sfinite, tormentate, ossessionate dalla guerra che sembra non cessare mai.
Siamo all'indomani della caduta di Mussolini nel luglio del '43: le famose “4 giornate di Napoli” quando i napoletani insorgono contro i tedeschi, non più contro gli anglo-americani.
Tra comicità e drammaticità emerge ben nitido il messaggio sul carattere nazionale degli italiani : “Chist’è ‘o popolo, donna Sofì, cagna a nu mumento all’ato com’ ‘a faccia d’’o mare quanno piglia viento”.
Nella figura ambigua del vecchio generale, che durante la rivolta cambia casacca passando dalla parte degli insorti, è molto evidente questo aspetto.
La scena, mutuando un termine dal linguaggio artistico, si presenta quasi come “impressionista”: larga parte dello spettacolo è affidata a luci e suoni, che, ora ben definiti e squillanti ora opachi e malinconici, fanno da cornice, da sfondo, da contorno alle battute degli attori; essi si stagliano come fantasmi barcollanti su luci che talvolta, al suono rombante delle bombe, rompono il buio e l'ombra del rifugio, quasi come una notte abbagliata da un lampo.
La guerra è vista da una prospettiva particolare: dal basso, non solo per quanto riguarda l'estrazione umile dei personaggi, ma letteralmente per la loro posizione spaziale, in un ricovero antiaereo, quindi sotto terra, che rende bene l'idea di soffocamento ed ansia che la guerra produce.
Elisa Pardini
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