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PAOLO POLI, TRA GENIO E FOLLIA
“Ho una pensione misera: infatti a ottant’anni sono ancora qui a fa’ la troia!”
Sillabari di Parise è il testo scelto da Paolo Poli per la sua ultima produzione, un testo che è una vera e propria enciclopedia del genere umano, dove intervengono personaggi di ogni età e condizione: dalle vecchiette impaurite agli amanti annoiati, dagli scolaretti dispettosi alle donne distinte e dissolute. Si tratta di scenette comiche ma che spesso hanno uno scenario e una ambientazione storica tutt’altro che allegra tanto che, a spettacolo terminato, il riso si trasforma in una riflessione sulla guerra, sul fascismo ma soprattutto sulla natura umana.
È il tipico testo con due livelli di comprensione: a una prima lettura si coglie una sorprendente ironia e anche un bambino ride vedendo una vecchietta parlare con tanta enfasi del proprio canarino, ma a un occhio più esperto tutta questa comicità pare quasi grottesca, intuisce che la realtà non è così semplice come sembra e allora capisce quei riferimenti, appena accennati, alle SS, agli ebrei, al dopoguerra e agli scioperi. E proprio in questo sta l’attualità di questi “spaccati” sulla vita dagli anni Quaranta ai Sessanta del Novecento.
La scenografia curata da Emanuele Luzzati rappresenta in forma iconografica l’evolversi della società e dei costumi e raggiunge dei virtuosismi con le imitazioni di Picasso, Mondrian e Dalì. Questa è una novità visto che il teatro moderno tende a ridurre se non a togliere del tutto ogni elemento scenografico.
Paolo Poli ci sorprende ancora sia dal punto di vista della recitazione, interpretando i ruoli più svariati, sia dal punto di vista musicale, esibendosi in una serie di canzonette d’epoca che si inseriscono perfettamente nell’atmosfera ridicola data dalle coreografie. L’attore, non ha perso la sua energia e riesce a compiere numerosi cambi di costume, associando a ogni vestito una personalità diversa in un gioco frenetico che ricorda molto la farsa popolare. In generale si può dire che tutto lo spettacolo ha un’impronta decisamente popolare, il teatro viene spogliato di artifici retorici e si presenta in forma diretta allo spettatore; l’unica eccezione è il bis dannunziano” che sottolinea la differenza tra una forma di comunicazione aulica complessa e una più semplice e comprensibile.
Questa schiettezza degli attori contrasta notevolmente con il pubblico: la sala era infatti quasi del tutto priva di giovani e le poltrone non solo della platea (tradizionalmente riservata a un “pubblico maturo”) ma anche gran parte dei palchetti e persino la galleria erano occupate da signore e signori che avevano già da molto terminato il liceo.
È triste pensare che un mezzo di comunicazione antico come il teatro sia così poco frequentato dai giovani, che preferiscono una squallida commedia basata sulle oscenità e sul turpiloquio a uno spettacolo che suscita un riso garbato e che invita alla riflessione su temi ben più profondi. Ma è ancora più triste vedere nella sala lo stesso pubblico di un secolo fa, tirato a lucido e impellicciato, ancora chiuso nella convinzione che il teatro sia un circolo per ricconi.
Eppure là sul palco si agitava un energico vecchietto vestito da donna e con gli occhi spalancati che con i suoi ottant’anni è sicuramente più audace e intraprendente di tanti giovani moderni.
Cecilia Gialdini
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